My Big Trip travel blog

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Mentre comincio a scrivere fuori impazza un temporale tropicale: lampi, tuoni, una cascata di pioggia. Se penso che fino a 10 minuti fa ero al bazar notturno, con probabilmente tutta Krabi lì a mangiare, fare spese, guardare il Music Contest 2012 (gruppi o solisti di tutte le età abbastanza imbarazzanti) e i mangiatori di fuoco… Poi ho deciso di tornare il hotel a rilassarmi dopo un’altra giornata piena, mancavano solo 300 metri quando di colpo è cominciato tutto. Pensare che era così bello… ora là ci sarà il caos. Nel frattempo mi mangio le ultime frittelle di cocco dolce, ancora calde, comprate alla bancarella di una coppia di signori. Quanto mi piace questa cosa dei mercati notturni, le piazze si riempiono di bancarelle, ognuna con la sua specialità: che siano spiedini di carne, di pesce, noodles di tutti i tipi, Pad Thai, sushi, spirali di patate, gelati, frullati ghiacciati di frutta fresca, ghiaccioli fatti con le bibite, frutta secca, banane alla piastra, dolcetti vari… ognuno è sicuro di poter trovare ciò di cui ha voglia e, inoltre, sono davvero buoni (poi beh, tra tutto non spendi più di 5 euro…). Qui poi sono proprio un’istituzione, ci sono due mercati notturni principali più quello di questa sera, che si svolge solo durante i weekend ed è assolutamente il più grande. Rappresentano l’attrattiva principale della città in sé e, effettivamente, sono davvero imperdibili e mi hanno dato un pasto in queste serate.

Krabi è una piccola cittadina sul mare a sud della Thailandia, sulla costa delle Andamane. Di fatto non ha spiagge dove rilassarsi, ma nonostante quello rimane una meta a mio avviso da non perdere, in quanto da qui si può partire per fare delle belle escursioni e attività. Da quando sono arrivata non sono stata ferma un attimo.

Mercoledì. Arrivata alle 15.30 in hotel, dopo il volo da Kuala Lumpur, non potevo certo starmene ferma a non far nulla. Con le gambe ancora un po’ doloranti dalla passeggiata alle Cameron Highlands, ho deciso di andare a visitare il Tempio della Grotta della Tigre, un tempio buddista alle pendici di una collina di 600 metri, a una decina di chilometri dalla città. Per andarci ho avuto subito modo di sperimentare il mezzo di trasporto tipico di cui: il songthaew, un furgoncino aperto dietro al quale si sale sedendosi su due file parallele che si guardano. Lasciata a 2 km dal sito, ho deciso di proseguire a piedi, per cominciare a gustarmi l’aria del villaggio tailandese che si attraversa per raggiungere il tempio. Rilassato, con case aperte, i bambini a giocare sul prato a volano, gli anziani seduti fuori, all’ombra, su delle panche vicino ai tanti baracchini per strada che vendono bevande e frutta fresca. Tutto attorno verde, tantissimo verde, e queste montagne che salgono su, dal nulla, come le gobbe di un cammello, dritte ma arrotondate in sommità e con la giungla che cresce su di loro. Al tempio doveva esserci un monaco molto importante: moltissima sicurezza era là, a controllare che nulla gli accadesse, la gente si inchinava a lui e gli mostrava rispetto. Ma non era tanto quel tempio a interessarmi, quanto quello che si raggiungeva sulla sommità della collina, dopo una scalata di 1272 gradini. La guida diceva che sopra ci sarebbe stata una vista mozzafiato e sicuramente non mi ero resa conto della fatica che richiedeva. È così che alle 17 mi sono messa a risalirli, nonostante dalla mattina non avessi mangiato più nulla, se non un tramezzino dal contenuto indefinito pochi minuti prima. I gradini salgono ripidi, si arrampicano sulle pendici della collina, in mezzo a alberi altissimi, tropicali, abitati da grilli, uccelli e scimmie. Scimmie… dopo 250 gradini il mio cuore era già affaticato dal caldo, la fatica, la mancanza di cibo. Mi son fermata a mangiare dei biscottini al cioccolato, che meno male avevo in borsa, e a bere un po’ del succo di mango che avevo appena acquistato. Finiti i biscotti, sono ripartita con il succo in mano, pronto a dissetarmi non appena ne avrei avuto bisogno. E all’improvviso, davanti a me, una scimmia. Una scimmia carina, intenta a guardare della gente che stava scendendo e aveva attirato la sua attenzione. Finché s’è girata e… mi ha visto. Mi si è avvicinata, ma inizialmente non ho capito le sue intenzioni, fin quando ha allungato le mani (non le chiamo zampe, perché proprio mani sembrano) e si è attaccata alla mia bottiglia, cercando di strapparmela. Eh no, ho sete, devo pur arrivare su in qualche modo, la bottiglia è mia! Me la sono così ripresa con la forza cercando di andare avanti, ma non c’era modo. La scimmia aveva deciso che la bottiglia doveva essere sua. Mi è passata davanti, bloccandomi la strada, e non mi lasciava proseguire in alcun modo. Stava inoltre sulla staccionata protettiva, all’altezza del mio viso, pronta ad attaccarmi in qualunque momento. Ma io avevo davvero bisogno di quel succo. Nel frattempo quelli che scendevano erano lì, a guardare e ridere, contenti che la scimmia ce l’avesse con me e non con loro. Alla fine ho capito che l’unica via percorribile era darle la bottiglia, ma che l’unica mia salvezza per arrivare su era berne il contenuto. Sarebbe stata la scimmia talmente intelligente da capire lo scherzetto che stavo per farle? Meno male no. Mi sono bevuta tutto il contenuto davanti a lei, dopodiché ho richiuso il tappo, come se niente fosse. A quel punto ho allungato la bottiglia alla scimmia che, incredula, ha preso il suo bottino. Ne ho approfittato della sua contentezza per sgattaiolare finalmente avanti, superandola e allontanandomi da lei. Da lontano ho poi potuto osservarla mentre cercava in tutti i modi di aprire la bottiglia per succhiarne il contenuto. Quando ha cominciato a girare il tappo esattamente come noi umani, ho pensato fosse meglio levare le tende, prima che fosse troppo tardi, ma sono rimasta abbastanza vicina da sentire il verso di disapprovazione e il tonfo della bottiglia che veniva scagliata di lato… meno male che avevo già mangiato i biscotti! E così mi son rimessa a salire. Ogni gradino era sempre più faticoso, e pensare che il giorno precedente ero salita sui 200 e passa gradini delle Batu Caves e non mi avevano fatto alcun effetto. Ma questi erano ripidi e… infiniti. Poco dopo la metà ho incontrato altri ragazzi che scendevano, che mi hanno fatto gli auguri ma mi hanno anche detto che la vista su ripagava da tutta la fatica. E facendo sempre più pause tra un gruppo di gradini e l’altro… finalmente un vento fresco mi ha colpita e gli occhi hanno potuto alzarsi per godere del panorama straordinario che ti aspetta accanto al Buddha gigante seduto sul cucuzzolo della collina. E così, assieme a 3 monaci buddisti, che si divertivano a fare le foto più strane sui tetti del tempio, ho potuto godere della pace di quel posto, della vista delle gobbe verdi che mi circondavano e del sole che lentamente si avvicinava alle loro pendici, pronto a regalarmi un tramonto spettacolare. Non ho potuto attendere la sua fine però, in quanto le scale erano illuminate solo dalla luce naturale e, dopo una certa ora, sarei rimasta nel buio più totale, non avendo portato con me la pila che, inutile, stava nel mio zaino in hotel. Sono scesa così velocemente, guardandomi bene dalle scimmie e con un certo timore, devo ammetterlo, di ritrovare la scimmia dell’andata, arrabbiata e vendicativa. Le scimmie erano aumentate, ma in realtà nessuna mi ha prestato attenzione e la mia discesa è stata liscia e tranquilla. A parte i miei polpacci, che ancora adesso sono doloranti. Ho fatto appena in tempo a raggiungere la base della collina per vedere l’ultima luce portarsi via i colori del sole ormai andato e lasciarmi immersa tra i suoni delle cicale, degli uccelli notturni e dei ragazzi che ora giocavano per strada. Ho così scoperto due cose: una, il sole in Tailandia tramonta un’ora prima che a Singapore e in Malesia (in realtà non serviva molto ad arrivarci, essendomi allontanata dall’equatore, ma in quel momento non ci avevo pensato); due, i mezzi pubblici smettono di funzionare al tramonto. Risultato: ero da sola, a 12 km da Krabi, senza alcun modo per tornare alla cittadina se non i miei piedi. Sì, perché anche di moto-taxi e taxi normali non c’era l’ombra. Non mi sono preoccupata più di tanto però, ero certa che strada facendo una soluzione l’avrei trovata o al massimo avrei camminato, oramai sono allenata. Ho ripercorso il paio di chilometri che portano alla strada principale e lì mi sono avviata verso Krabi, controllando sempre se vedevo taxi in arrivo. Ma di quelli, neanche l’ombra. Dopo un altro paio di chilometri sono arrivata in una zona abitata, con alcuni garage e botteghe. Ho provato ad avvicinarmi e a chiedere, ma non c’era una persona che parlasse inglese, alcuni si allontanavano quasi fossero spaventati. Dopo un po’ finalmente ho visto una farmacia e mi sono diretta lì, sperando che almeno loro mi capissero, ed effettivamente era così. Mi hanno spiegato che a quell’ora i mezzi sono praticamente inesistenti e che sarebbe passato un bus solo dopo 50 minuti. Sono venuti per strada per vedere se riuscivano a fermare un taxi, ma ancora non ne passavano. Alla fine una delle clienti della farmacia ha cominciato a parlare con una signora della casa lì accanto e, dopo un po’ di parlottare, mi ha detto che il marito e la figlia andavano in là e che potevano aiutarmi dandomi un passaggio. È così che ho avuto anche la mia prima esperienza in 3 in motorino: la bimba davanti, il signore in mezzo e io dietro. Sono stati gentilissimi e mi hanno accompagnato fino in centro. Io nel frattempo ero dietro felicissima: avevo litigato con una scimmia e ora me ne andavo in motorino con due tailandesi che non parlavano una parola di inglese. Questa sì che è avventura!

Gli altri giorni non sono stati altrettanto avvincenti, ma comunque belli.

Ieri mi sono dedicata al quasi relax: come dicevo Krabi è punto di partenza per raggiungere un sacco di luoghi particolari e interessanti, tra questi c’è Laem Phra Nang, una penisola caratterizzata da alte scogliere carsiche, sabbia bianca e mare color smeraldo. Non ci ho messo molto a far amicizia con due ragazzi (Karl, californiano, e Wellington, brasiliano) che erano con me sulla barca a coda lunga necessaria a raggiungere questo luogo, altrimenti inaccessibile, con i quali ho poi esplorato le spiagge dell’isoletta. Il mare non è migliore di quello sardo o di altri già visti, ma il paesaggio è unico e lascia a bocca aperta. Questi massicci pilastri carsici nascono dal nulla, sono tappezzati di stalattiti e stalagmiti e di vegetazione selvaggia e forniscono uno sfondo da cartolina per un’acqua che più verde non si può. Ma soprattutto… è stata la prima volta in vita mia che ho fatto il bagno in mare di inverno! E devo ammettere di essere stata presa dall’emozione quando ho infilato i piedi nell’acqua tiepida, pensando che siamo a febbraio, e ho ricordato una volta in più di essere in un luogo così lontano e diverso da casa, a vivere un’avventura che non può che essere invidiata.

Oggi l’ho dedicato invece all’altra attrazione della zona: le foreste di mangrovie, da visitare in kayak per infilarsi nei loro canali, in canyon formati dalle alte pareti calcaree, “hong”, per meglio definirli, ripari isolati lunghissimi che ti portano in lagune immacolate. Un paesaggio così magico che è stato scelto per le riprese di diversi film, tra i quali uno che gireranno domani e per il quale degli operai imbragati si avventuravano sulle alte pareti per installare i supporti per le telecamere. Per non farmi mancare niente ho aggiunto, nella gita, un “elephant trek”, così da poter anche dire di essere salita su un elefante e di averci fatto un escursione a dorso nella giungla. E che escursione!! Abbastanza spacca schiena direi, dato che ogni volta che affrontava delle discese dovevo aggrapparmi al portantino con tutte le mie forze per non volare giù, ma alquanto divertente, soprattutto quando attraversavamo un ruscello e mi ritrovavo completamente annaffiata dalla sua proboscide, che voleva solo dare un po’ di agio al suo corpo, appesantito dal calore (e da me?).

E ora mi trovo qui, a ripensare a queste giornate così piene e così diverse, e a immaginare i giorni di pace che mi aspettano da domani, quando, insieme a mia mamma che mi raggiungerà per 2 settimane, sbarcherò a Ko Phi Phi, per quattro giorni di solo mare, gite in barca e dolce far nulla, pronta a dire per la prima volta, dall’inizio del mio viaggio, stop, prendiamocela con calma, facciamo vacanza. Vacanza e non viaggio, perché tra le due parole c’è in mezzo un abisso.

Entry Rating:     Why ratings?
Please Rate:  
Thank you for voting!
Share |